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UN LUCANO DOC - Dialoghi e immagini da una terra antica che non vuole morire.


Diario


19 ottobre 2011

La macchia nera

 La bomba alla fine è esplosa. In Basilicata i cittadini probabilmente non sono stati tutelati per quanto concerne la propria salute, leggi dello Stato, normative in materia ambientale sono state clamorosamente disattese. Per il momento i riflettori si sono accesi sull’inceneritore Fenice di S. Nicola di Melfi ma se il “sistema” è quello venuto fuori dall’ordinanza che ha portato agli arresti domiciliari l’ex direttore dell’ARPAB ed un alto dirigente, è uno segno concreto delle relazioni della politica lucana che in molti sospettavano e che le trascrizioni delle intercettazioni telefoniche hanno confermato l’esistenza di un teorema fino a qualche giorno fa solo immaginato.

La “macchia nera”, così il Quotidiano della Basilicata ha etichettato gli eventi che hanno riempito le prime pagine dei giornali, una macchia che ha bisogno di un buon detersivo per essere eliminata. Bisogna sempre essere garantisti, aspettare gli sviluppi delle indagini e leggere le sentenze della Magistratura, non si può sbagliare nell’emettere sentenze senza che si siano celebrati i processi, per questo motivo evito di fare nomi, ma quel che ho letto nelle 284 pagine del GIP d.ssa Petrocelli basta ed avanza per alimentare la mia antica indignazione.

Ci sono stralci di intercettazioni che non lasciano ombra di dubbio circa l’agire in simbiosi fra uomini delle istituzioni e personale dell’ente strumentale che avrebbe dovuto agire per monitorare, controllare che non si creavano problemi all’ambiente e alla salute di tanti lucani.

Ti cadono le braccia a leggere che si sono nascosti per anni dati che avrebbero evitato di continuare a provocare danni a persone e all’ambiente.

E’ impressionante constare come sono bravi i nostri politici a giocare a scarica barile, si vorrebbe omologare l’assunto del tutti colpevoli nessun colpevole.

Emergono chiarissime le responsabilità di politici di primo piano appartenenti al “partito regione” che da sempre governa la Basilicata, politici con incarichi istituzionali di primo piano che hanno lavorato pro domo sua e per alimentare l’unica azienda lucana che non conosce crisi, la fabbrica del consenso, che ha come azionisti sempre loro, i partiti che compongono la maggioranza, ma qualcuno sostiene, a ragion veduta, che anche più di un esponente della minoranza possiede qualche azione della fabbrica del consenso. Ed il fatto che la principale associazione ambientalista lucana non ha nulla da dire su questo scandalo fa venire cattivi pensieri.

Volendo restare nell’ambito dell’inchiesta che riguarda in modo particolare il Dipartimento Ambiente della Regione Basilicata c’è da rilevare che senza la tenacia di molti cittadini, grazie alla costanza di poche Associazioni e Movimenti ambientalisti, la OLA su tutte, e la capacità di non arrendersi di un politico “senza portafogli” come Maurizio Bolognetti, difficilmente quel coperchio si sarebbe sollevato dalla metaforica pentola.

Per anni è stato fatto credere ai lucani che era sempre tutto a posto, da nord a sud della Basilicata qualsiasi denuncia veniva fatta essa veniva “smontata” in ossequio del tuttappostismo imperante: Fenice inquinava ma mica tanto, in Valdagri le emissioni del Centro Oli non contengono elementi pericolosi per la salute, i pesci che periodicamente muoiono negli invasi e nei fiumi lucani magari muoiono per amore o perché si suicidano, le ciminiere della Siderpotenza forse spargono effluvi di lavanda per cui che lo facciamo a fare il monitoraggio?, i residui di una industrializzazione fallimentare vanno conservati gelosamente come esempio di “archeologia industriale” da preservare, compresi i veleni sotterrati a Tito Scalo come in Valbasento e di bonifica si continua solo a parlarne, mi fermo qui per evitare di deprimermi.

Una Regione che “attrae” le multinazionali dell’energia dove, per la legge del contrappasso, si ha bisogno sempre di meno energia in quanto tante aziende chiudono o delocalizzano ma si produce molto più energia di quanto se ne consuma e dove il concetto di rinnovabile è sinonimo di affari per chi ci piazza un campo eolico o fotovoltaici e che se la cava con il solito piatto di lenticchie per i miopi amministrazioni locali.

Una classe politica che non s’accorge che questa terra sta morendo impegnata com’è a conservare i privilegi di casta, dove gli unici posti di lavoro vengono assegnati nel più becero modo clientelare, dove ci si spinge senza più pudore a far lavorare parenti ed amici stretti, dove i pochi posti messi a concorso hanno già il nome e cognome dei vincitori, e dove non si può fare il concorso si danno le consulenze. Tutto ciò si evince dalle intercettazioni sul caso Fenice ma probabilmente questa pratica è in uso dappertutto.

Una regione che doveva puntare sui giovani, i tanti giovani che in giro per le Università italiane hanno conseguito prestigiosi traguardi, sono letteralmente espulsi dalla Basilicata perché il familismo amorale non tiene conto delle eccellenze e della meritocrazia ma solamente del cognome o della parentela. Anche in politica, come in alcuni enti, già ci sono delle staffette dove il padre ha tirato la volata al figlio.

Penso che il fondo lo abbiamo toccato da tempo, anzi s’è raschiato più del dovuto. C’è bisogno di un reale rinnovamento, non solo di facciata ma sono molto pessimista perché le leggi che dovrebbero riformare il “sistema” le debbono fare coloro che poi dovrebbero subirne le conseguenze.

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