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UN LUCANO DOC - Dialoghi e immagini da una terra antica che non vuole morire.


Diario


30 ottobre 2013

La nave sta per affondare

 

Non c’era di certo bisogno del rapporto SVIMEZ 2013 per capire quanto fosse critica la situazione in Basilicata. Tanto per capire chi è che diffonde questi dati bisogna specificare che lo SVIMEZ (Associazione per lo sviluppo dell'industria nel Mezzogiorno) è un ente privato senza fini di lucro istituito il 2 dicembre del 1946 che come obbiettivo si pone lo studio dell’economia del Mezzogiorno. Fra le varie attività di questa Associazione c’è la redazione di un rapporto annuale sullo stato di salute del mezzogiorno d’Italia, i rapporti degli ultimi anni sono stati dei bollettini di guerra, quello del 2013 è ancora più drammatico. La fotografia fatta dallo SVIMEZ mette in evidenza in maniera tragica la distanza siderale del Sud dar resto d’Italia. Mi sono preso la briga di sintetizzare in una tabella alcuni parametri pubblicati nel Rapporto 2013.
Prima di commentare i dati è bene riavvolgere il nastro e specificare che la crisi che investe gran parte del pianeta è il frutto amaro dell’albero della globalizzazione. Ci sono fenomeni non più controllabili che sono esplosi dopo la caduta del muro di Berlino i cosiddetti paesi dell’est hanno sconvolto l’economia mondiale, la Russia ha sposato il capitalismo e forte delle ingenti risorse energetiche comincia distribuire ai propri abitanti un benessere diffuso, la Cina, formalmente ancora un paese a regime comunista, sta crescendo, economicamente, in maniera turbolenta e le loro esportazioni stanno mettendo in ginocchio le economie dei paesi occidentali per i prezzi molto concorrenziali. Altre nazioni che fino a qualche tempo fa puzzavano la fame stanno avendo una tumultuosa crescita.

L’Italia da una decina d’anni sta subendo gli effetti più nefasti della globalizzazione, un paese che non ha saputo rinnovarsi e che non ha mai sfornato riforme è stato soffocato dalla burocrazia, dalla corruzione e da una tassazione insopportabile per le imprese (oltre che per i cittadini) che hanno cominciato a delocalizzare le loro produzioni. Si è sfaldato il sistema produttivo del nord est, hanno chiuso moltissime fabbriche del ricco e produttivo nord.

Ma i danni più rilevanti li ha subiti il Mezzogiorno d’Italia, cessati i finanziamenti a pioggia l’economia delle regioni del Sud Italia è andata a rotoli.

La Basilicata non poteva fare eccezione anche perché l’isolamento fisico della nostra regione è aumentato in quanto le poche infrastrutture di cui è dotata hanno cominciato a sentire il peso degli anni e senza infrastrutture che accorcino le distanze verso i grandi mercati non si va da nessuna parte.

La lettura dei dati pubblicati da SVIMEZ, confrontandoli con quelli delle altre regioni meridionali, sono da allarme rosso, ma lo erano già da almeno quattro - cinque anni, la tendenza era già ben chiara nei rapporti SVIMEZ dai primi anni del nuovo secolo. Oggi i dati si consolidano e peggiorano sempre di più.

Tutti gli indici considerati da SVIMEZ ci vedono ai primi posti negativi della graduatoria e ci disegnano una prospettiva in tempi medio brevi tragica.

Un PIL da paesi del terzo mondo, un tasso di emigrazione in continuo aumento, natalità giù in picchiata, mortalità elevata con conseguente crescita dell’età media, reddito delle famiglie bassissimo. Con questi numeri la nostra regione non ha un futuro.

Ho voluto inserire nella tabella i dati relativi allo sviluppo delle risorse energetiche alternative, anche questi dati ci danno una lettura inquietante per quanto riguarda un problema che è importante ma che ci dice che c’è una vergognosa speculazione a danno del Mezzogiorno, non è possibile che il vento soffi solo a sud di Roma ma è evidente che le lobbies dell’eolico sono venute nel meridione a fare gli affari, anche in combutta con la malavita. Anche questo fenomeno è un sintomo del degrado della politica in Italia che consente questi scempi.

Il periodo del declino socio economico della Basilicata è però coinciso con quello in cui la nostra regione ha beneficiato, al contrario delle altre regioni del SUD, di consistenti finanziamenti europei e di non trascurabili entrate rivenienti dalle royalties petrolifere, non è quindi giustificabile il disastro socio-economico in Basilicata dove la classifica dello SVIMEZ doveva essere rovesciata! Più risorse, rispetto alle altre regioni, dovevano portare più benessere per i lucani. Così non è stato per cui le responsabilità vanno individuate fra coloro che hanno detenuto le leve del comando.

Il rapporto SVIMEZ 2013 arriva alla vigilia delle elezioni che rinnoveranno il Consiglio Regionale della Basilicata, la parola “cambiamento” sembra essere il tag più utilizzato, ma sarà veramente così? Quali cifre leggeremo nel rapporto SVIMEZ 2014?.


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permalink | inviato da astronik il 30/10/2013 alle 5:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


6 ottobre 2011

Lo SVIMEZ racconta un SUD disperato, Potenza per esempio

 

Il primo rapporto sull’economia lo SVIMEZ lo ha stilato nel 2001, in genere la pubblicazione è avvenuta nel mese di luglio, quest’anno il pulpitiello era più duro da digerire e si è aspettato che i meridionali tornassero dalle ferie (chi se l’è potute permettere) per non rovinare loro la vacanza.

L’undicesima edizione del tradizionale rapporto di questo ente privato che fin dal 1946 studia l’economia del Sud Italia è crudamente impietosa e che, ahimè, non lascia speranza per un futuro più roseo.

Per il “Mezzogiorno” la situazione è più nera della “mezzanotte”. Si sono cimentati in tanti a commentare le 34 pagine del documento che fotografa un SUD disperatamente arretrato. Numeri impietosi, rivelazioni shock, spiegazioni, analisi dettagliate che ti portano un attacco di depressione fulminante.

Quanti oggi si strappano le vesti o che propongono cure non si rendono conto che il malato è diventato terminale e forse non servono neppure le cure palliative.

Per vent’anni il Sud è stato impassibilmente abbandonato a se stesso ed oggi si raccolgono i frutti di questo abbandono. A che serve tornare a ripeterci fino alla noia che per rianimare l’economia del Sud servono infrastrutture? Se invece di parlarne soltanto si fossero decisi a costruirne qualcuna forse oggi non staremmo a leccarci le ferite per la tragica situazione che vive gran parte della popolazione meridionale.

Gli investimenti statali, per esempio autostrade e ferrovie, sono stati indirizzati al già attrezzato centro-nord, treni ad alta velocità, autostrade degne di questo nome, aeroporti hanno contribuito ad allargare la forbice fra nord e Sud. A noi solo fumo:non si contano gli anni per ammodernare la Salerno – Reggio Calabria, le linee ferroviarie dell’alta velocità sfiorano il Sud, i pochi aeroporti che ancora fanno volare i meridionali non sono un esempio di efficienza. Stanno però sprecando una barca di soldi per il ponte sullo stretto di Messina.

Ci mancava la crisi figlia della globalizzazione per far aumentare ancor di più il gap, l’Italia è praticamente divisa in due, quella buona la troviamo da Roma in su tant’è vero che la Lega Nord torna a richiedere con ancor più determinazione la “separazione” della Padania perché non vogliono mischiarsi con i barboni del sud.

In Basilicata, ex isola felice, la situazione è ancora più drammatica che altrove ma la classe politica locale, tutta indistintamente , la sottovaluta in maniera clamorosa, se il trend non viene in qualche modo fermato la comunità lucana nel giro di pochi lustri è destinata a scomparire, stiamone certi nessuno vorrà tenere in vita una Regione (intesa come istituzione politica) con pochi abitanti, per lo più anziani, con inesistente sistema industriale, con una economia collassata, con evidenti carenze infrastrutturali.

Particolarmente clamoroso il declino che vive da qualche anno il capoluogo di regione, una città dalle tante contraddizioni dove convivono benessere ostentato e povertà e disperazione. Città dove il numero dei SUV. simbolo del lusso, è esageratamente elevato e dove esiste un ghetto che si chiama Bucaletto dove molte famiglie sopravvivono grazie all’aiuto della Caritas.

Una città che ha un debito spaventoso, che paga un barca di soldi di interessi, dove apparentemente, a voler guardare i tanti cantieri di opere pubbliche, si vive nel benessere ma dove invece si convive con un degrado spaventoso, una città che non ha saputo e voluto far ammenda degli errori urbanistici del passato e che sta consentendo una cementificazione scellerata che contribuirà in maniera ancor più grave a peggiorare la vivibilità dei quartieri. Una città che ha consentito lo svuotamento del Centro Storico e favorito, senza un minimo di programmazione, lo sviluppo commerciale e direzionale lungo l’asse di via del Gallitello, strada che risulta avvolta e aggredita dal traffico e di fatto resa invivibile.

Città che patisce emergenze ambientali di non poco conto per la presenza di un’industria che emette in atmosfera sostanze pericolose per la salute e che s’è venuta a trovare a ridosso di quartieri densamente popolati, e per la presenza di una sottostazione elettrica in via del Gallitello dove convergono molte linee elettriche ad altissima tensione troppo vicine ai fabbricati.

La città capoluogo di regione, al contrario dell’altro capoluogo, Matera, da anni non aumenta il numero di abitanti, anzi continua a perderne. Ma i dati ISTAT riferiti alla popolazione residente nella città di Potenza, ma lo stesso discorso vale anche per gli altri comuni lucani, sono ingannevoli perché non tengono conto di una larghissima fetta di popolazione che studia o lavora fuori regione e che molti di loro non torneranno più perché qui non ci sono prospettive di trovare lavoro, per il momento mantengono la residenza anagrafica in città ma di fatto sono cittadini del mondo.

Avventuriamoci a fare due conti avvalendoci dei dati ISTAT relativi alla popolazione residente nella fascia di età dai 20 ai 30 anni. A gennaio 2011 risultavano iscritti all’anagrafe circa 9.600 giovani dai 19 ai 30 anni. Di questi almeno il 70% , quindi circa 6.700 giovani, sono in giro per l’Italia ed il mondo per studio e lavoro. Di questo piccolo esercito di potentini solo una minima parte, circa il 20% potrebbe tornare a vivere e lavorare a Potenza, in termini numerici sono circa 1.400. Tirando le somme circa 5.300 giovani, per lo più di laureati e masterizzati, abbandoneranno per sempre Potenza. Ciò vuol dire che ci saranno meno matrimoni o unioni, meno famiglie, meno figli con tutte le conseguenze immaginabili per la già disastrata economia cittadina. Un autentico tsunami i cui effetti più devastanti non sono contabilizzabili oggi ma fra quattro o cinque anni. Un primo contraccolpo lo subirà l’edilizia, che da sempre è stato il settore trainante dell’economia potentina, hanno costruito e stanno costruendo un numero di fabbricati assolutamente spropositato alle esigenze attuali della città figuriamoci voler considerare la prospettiva a 5 – 10 anni dove le esigenze abitative e per locali commerciali e direzionali per il più che sicuro calo della popolazione determineranno un’offerta di molto superiore alla domanda. Il proliferare delle agenzie immobiliari e dei cartelli “vendesi” e “fittasi” sono un segnale inquietante che fanno prefigurare una città di Potenza dall’aspetto spettrale. Una città priva di una intera generazione di giovani sarà sicuramente una città spenta.

I temi che attualmente alimentano il dibattito politico e che ravvivano le discussioni non tengono in alcuna considerazione la triste e allarmante prospettiva di una città che oggi è agonizzante ma che a breve sarà bella e morta.


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permalink | inviato da astronik il 6/10/2011 alle 13:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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