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UN LUCANO DOC - Dialoghi e immagini da una terra antica che non vuole morire.


Diario


1 dicembre 2012

Il congresso dei geologi lucani, una farsa

 

Stamattina ho partecipato al sit in contro il Congresso dei Geologi che si sta svolgendo nel “nostro” Teatro Stabile. Nulla contro i geologi, ovviamente, ma non ho condiviso, la scelta degli organizzatori di escludere dal dibattito le voci di professionisti che avversano le politiche di sfruttamento selvaggio delle risorse del sottosuolo.

Appoggio incondizionatamente quanto sostenuto da OLA in questa nota: http://www.olambientalista.it/gli-amici-di-eni-co-e-il-sindaco-santarsiero-non-imbavaglieranno-la-verita/ e quanto dichiarato dai responsabili da Associazioni e Movimenti contrari a questo scempio, tanto per citarne alcune EPHA, NO TRIV, Trisaia No Scorie, La Locomotiva, M5S oltre a lodare l’impegno di Maurizio Bolognetti leader dei Radicali lucani.

Fra l’altro ho cercato di entrare nel Teatro Stabile per ascoltare i lavori di questi professionisti e, soprattutto, cosa dicevano il Ministro dell’Ambiente e i nostri politici regionali. Ma sull’ingresso del Teatro sono stato fermato da un cordone di polizia e altre forze dell’ordine, schierati in maniera massiccia, e con modi garbati ma fermi mi è stato detto che si entrava solo per invito? Ho cercato di protestare ma era inutile prendersela con gli incolpevoli poliziotti. Dico io ma che kazzo lo fanno a fare in un luogo pubblico sto congresso se poi non è ammessa la partecipazione del pubblico?

Vabbuò…. Prendiamo atto che era un congresso blindato, se lo potevano fare da qualche altra parte, così come hanno fatto danno ragione agli ambientalisti lucani che sostengono che sono venuti a mettere il timbro del tutt’apposto e benedire le nuove perforazioni in territorio lucano.

Il governo centrale ha avocato a se il potere autorizzativo espropriando le regioni e le comunità locali, oddio da noi avevano complicità non di poco conto se è vero, come è vero, che siamo la regione che produce l’80% di petrolio e gas e con l’entrata in funzione del centro oli fra Corleto e Gorgoglione le quantità si raddoppiano e senza contare se va in porto il cosiddetto Memorandum si autorizzerà pure il raddoppio delle estrazioni in Valdagri.

E i danni ambientali? Il monitoraggio? I danni alla salute? Il Pertusillo inquinato? Chissenefrega….


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17 giugno 2012

Trivelle d'Italia, il libro di Pietro Dommarco



Ho conosciuto Pietro Dommarco circa nove anni fa, era un giovanissimo ma combattivo direttore di una delle più seguite testate di informazione on line, Lucanianet, erano i tempi della rivolta di Scanzano e Lucanianet era il punto di incontro della comunità lucana che si opponeva al deposito di scorie nucleari. Poi Lucanianet ha cambiato target e Pietro ha spostato l’agire della sua passione giornalistica e di ambientalista doc in un progetto chiamato OLA (Associazione Lucana Ambientalista), una “organizzazione” non un’associazione, che in breve tempo è diventato il faro dell’ambientalismo indipendente, non solo a livello regionale.

Poi Pietro, come tanti giovani lucani, ha dovuto fare una scelta di vita ed è emigrato. Anche da lontano dalla sua terra il suo impegno di giornalista ambientalista s’è raffinato ed è culminato in una pubblicazione, Trivelle d’Italia (edizioni Altraeconomia costo 12.00 euro) un volumetto in cui con un linguaggio chiaro e lineare tratta tutte le tematiche afferenti lo sfruttamento del sottosuolo italiano per succhiare il petrolio dalle viscere della terra, una nazione dove non tutti sanno che a spertugiare pianure, montagne e il mare sono all’opera oltre mille trivelle.

La prefazione di Trivelle d’Italia è stata scritta da uno dei più noti geologi italiani, quel Mario Tozzi che dagli schermi della TV e dai microfoni della radio è il divulgatore per eccellenza delle tematiche ambientaliste.

Il libro di Pietro Dommarco è un’incursione a 360° sulle criticità e gli effetti collaterali di un’attività che nel resto del mondo viene effettuata in territori desertici o, in tutti i casi, distanti da dove l’uomo vive o ci lavora, un’attività che comportata un “risarcimento” per i territori, le cosiddette “compensazioni ambientali”, interessati dalle estrazioni e che in Italia è fra il più basso al mondo.

Non è un caso se le prime pagine del libro sono aperte ad una intervista a Maria Rita D’Orsogna, la docente universitaria abruzzese che insegna negli USA e che da anni si batte per divulgare i rischi derivanti alla salute e alla natura, rischi che in Italia sono maggiori che in altre parti del mondo per una legislazione blanda che non tutela adeguatamente le popolazioni tant’è che le richieste di indagare il sottosuolo da parte delle multinazionali del petrolio sono tantissime.

La prefazione di Tozzi evidenzia che fra circa 40 anni le riserve di petrolio potrebbero essere insufficienti alle esigenze di energia del pianeta, se i cinesi vorranno anch’essi dotarsi di almeno un’auto per famiglia non bisognerà attendere 40 anni e nell’approssimarsi di quella data il prezzo dell’oro nero schizzerà in avanti, si prefigurano scenari apocalittici che dovrebbero indurre ad accelerare la ricerca per la produzione di energie alternative e rinnovabili.

Si evidenzia che la storia delle estrazioni in Italia ha solide tradizioni e comincia nel lontano 1895 ed ha visto impegnate, fino al 2010, 180 compagnie che hanno realizzato oltre 7.000 pozzi, decisamente troppi per il fragile sottosuolo italiano geologicamente instabile e simicamente molto attivo la maggior parte dei quali in terra ferma, oltre 5.000, ma non mancano i pozzi nel mare, oltre 1.600 trivelle spertugiano al largo delle coste, un quinto dei pozzi estrae petrolio il restante delle trivelle è impegnato nel recuperare gas.

Scorrendo le 100 pagine del libro emerge in tutta la sua crudezza il fatto che le estrazioni sono un affare solo per le compagnie petrolifere, una legislazione troppo sbilanciata a favore dei petrolieri e normative che poco tutelano ambiente e persone.

Si evidenzia che le perforazioni non hanno portato ricchezza ai territori ove si estrae, miseria e disoccupazione in particolare in Lucania e la contraddizione che alla pompa noi lucani paghiamo i carburanti al prezzo più alto d’Italia.

Si elencano le battaglie che i vari territori combattono contro le devastazioni, si mette in relazione l’aumento di gravi malattie nei territori interessati dalle estrazioni si fanno i conti con i rifiuti scaturenti dalla lavorazione del greggio.

In coda un elenco delle Associazioni e Comitati impegnati nei territori interessati dalle perforazioni a difendere la propria terra.

Un libro da leggere tutto d’un fiato, scritto con proprietà di linguaggio ma di facile comprensione e che non può mancare nelle librerie di tutti coloro che hanno a cuore la tutela della natura e della salute, bisogna leggerlo per non dire un giorno “io non sapevo”.


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19 ottobre 2011

La macchia nera

 La bomba alla fine è esplosa. In Basilicata i cittadini probabilmente non sono stati tutelati per quanto concerne la propria salute, leggi dello Stato, normative in materia ambientale sono state clamorosamente disattese. Per il momento i riflettori si sono accesi sull’inceneritore Fenice di S. Nicola di Melfi ma se il “sistema” è quello venuto fuori dall’ordinanza che ha portato agli arresti domiciliari l’ex direttore dell’ARPAB ed un alto dirigente, è uno segno concreto delle relazioni della politica lucana che in molti sospettavano e che le trascrizioni delle intercettazioni telefoniche hanno confermato l’esistenza di un teorema fino a qualche giorno fa solo immaginato.

La “macchia nera”, così il Quotidiano della Basilicata ha etichettato gli eventi che hanno riempito le prime pagine dei giornali, una macchia che ha bisogno di un buon detersivo per essere eliminata. Bisogna sempre essere garantisti, aspettare gli sviluppi delle indagini e leggere le sentenze della Magistratura, non si può sbagliare nell’emettere sentenze senza che si siano celebrati i processi, per questo motivo evito di fare nomi, ma quel che ho letto nelle 284 pagine del GIP d.ssa Petrocelli basta ed avanza per alimentare la mia antica indignazione.

Ci sono stralci di intercettazioni che non lasciano ombra di dubbio circa l’agire in simbiosi fra uomini delle istituzioni e personale dell’ente strumentale che avrebbe dovuto agire per monitorare, controllare che non si creavano problemi all’ambiente e alla salute di tanti lucani.

Ti cadono le braccia a leggere che si sono nascosti per anni dati che avrebbero evitato di continuare a provocare danni a persone e all’ambiente.

E’ impressionante constare come sono bravi i nostri politici a giocare a scarica barile, si vorrebbe omologare l’assunto del tutti colpevoli nessun colpevole.

Emergono chiarissime le responsabilità di politici di primo piano appartenenti al “partito regione” che da sempre governa la Basilicata, politici con incarichi istituzionali di primo piano che hanno lavorato pro domo sua e per alimentare l’unica azienda lucana che non conosce crisi, la fabbrica del consenso, che ha come azionisti sempre loro, i partiti che compongono la maggioranza, ma qualcuno sostiene, a ragion veduta, che anche più di un esponente della minoranza possiede qualche azione della fabbrica del consenso. Ed il fatto che la principale associazione ambientalista lucana non ha nulla da dire su questo scandalo fa venire cattivi pensieri.

Volendo restare nell’ambito dell’inchiesta che riguarda in modo particolare il Dipartimento Ambiente della Regione Basilicata c’è da rilevare che senza la tenacia di molti cittadini, grazie alla costanza di poche Associazioni e Movimenti ambientalisti, la OLA su tutte, e la capacità di non arrendersi di un politico “senza portafogli” come Maurizio Bolognetti, difficilmente quel coperchio si sarebbe sollevato dalla metaforica pentola.

Per anni è stato fatto credere ai lucani che era sempre tutto a posto, da nord a sud della Basilicata qualsiasi denuncia veniva fatta essa veniva “smontata” in ossequio del tuttappostismo imperante: Fenice inquinava ma mica tanto, in Valdagri le emissioni del Centro Oli non contengono elementi pericolosi per la salute, i pesci che periodicamente muoiono negli invasi e nei fiumi lucani magari muoiono per amore o perché si suicidano, le ciminiere della Siderpotenza forse spargono effluvi di lavanda per cui che lo facciamo a fare il monitoraggio?, i residui di una industrializzazione fallimentare vanno conservati gelosamente come esempio di “archeologia industriale” da preservare, compresi i veleni sotterrati a Tito Scalo come in Valbasento e di bonifica si continua solo a parlarne, mi fermo qui per evitare di deprimermi.

Una Regione che “attrae” le multinazionali dell’energia dove, per la legge del contrappasso, si ha bisogno sempre di meno energia in quanto tante aziende chiudono o delocalizzano ma si produce molto più energia di quanto se ne consuma e dove il concetto di rinnovabile è sinonimo di affari per chi ci piazza un campo eolico o fotovoltaici e che se la cava con il solito piatto di lenticchie per i miopi amministrazioni locali.

Una classe politica che non s’accorge che questa terra sta morendo impegnata com’è a conservare i privilegi di casta, dove gli unici posti di lavoro vengono assegnati nel più becero modo clientelare, dove ci si spinge senza più pudore a far lavorare parenti ed amici stretti, dove i pochi posti messi a concorso hanno già il nome e cognome dei vincitori, e dove non si può fare il concorso si danno le consulenze. Tutto ciò si evince dalle intercettazioni sul caso Fenice ma probabilmente questa pratica è in uso dappertutto.

Una regione che doveva puntare sui giovani, i tanti giovani che in giro per le Università italiane hanno conseguito prestigiosi traguardi, sono letteralmente espulsi dalla Basilicata perché il familismo amorale non tiene conto delle eccellenze e della meritocrazia ma solamente del cognome o della parentela. Anche in politica, come in alcuni enti, già ci sono delle staffette dove il padre ha tirato la volata al figlio.

Penso che il fondo lo abbiamo toccato da tempo, anzi s’è raschiato più del dovuto. C’è bisogno di un reale rinnovamento, non solo di facciata ma sono molto pessimista perché le leggi che dovrebbero riformare il “sistema” le debbono fare coloro che poi dovrebbero subirne le conseguenze.


25 agosto 2010

Veleni industriali e politici in Basilicata

Mi aveva invitato quel rompiballe (l’aggettivo non è mio ma di Marco Pannella) del mio amico Bolognetti e non potevo certo dirgli di no, quindi ho dovuto “scapolare” prima dal lavoro e, sotto una calandra che solo Cristo sa, mi sono recato al Motel Park per partecipare al convegno organizzato dai Radicali lucani dal titolo che è tutto un programma “Veleni industriali e politici in Basilicata”con la partecipazione del segretario Nazionale, Staderini, e delle parlamentari Zamparutti e Bernardini. Meglio precisare che sul sito di Radio Radicale mi viene attribuita la qualifica di “magistrato” (foss a Maronna!!) smentisco, non appartengo alla Magistratura.

E’ stato un gran bel convegno, affollatissimo tant’è che la sala prenotata s’è dimostrata troppo piccola per ospitare tutti i convenuti.

Tantissimi chi interventi interessanti, su tutti quello dell’amico Antonio Bavusi di OLA, appassionato quello di Maurizio Bolognetti. Chi vuole può vedere il filmato sul sito di Radio Radicale: http://www.radioradicale.it

Per il convegno avevo preparato una relazione che non è stato possibile leggere perché si è fatto molto tardi (il convegno è durato circa 6 ore!!) e la riporto qui di seguito, in sostanza è il monitoraggio dei monitoraggi relativi ad aria ed elettrosmog.

Il DM 60 del 2002 ha recepito le direttive comunitarie per il monitoraggio ambientale ed ha affidato alle Regioni il compito di tenere sotto controllo aria, acque e suolo; le Regioni hanno poi delegato alle agenzie appositamente create, le ARPA (Agenzia Regionale Protezione Ambiente), le competenze tecniche.

In Basilicata all’ARPAB si è affiancata Metapontum Agrobios, che come missione ha il compito di occuparsi di agricoltura, ma per le competenze scientifiche riconosciute da una mano all’ARPAB in Valdagri per le problematiche rivenienti dalla desolforazione del petrolio.

In pratica i lucani, a spese proprie, si sono sobbarcati l’onere del monitoraggio in Valdagri per sopperire al mancato rispetto del protocollo d’intesa con l’ENI con cui generosamente si è consentito al colosso dell’energia di fare danni senza finanziare lo specifico programma di monitoraggio contenuto nell’accordo.

Più di qualcuno ha fatto notare che l’ARPAB poteva benissimo sopperire alle criticità in Valdagri, con i mezzi e le risorse giuste si potevano risparmiare i soldi dati ad Agrobios ma il discorso si fa politico ed è meglio sorvolare.

Il primo anno di monitoraggio effettuato da ARPAB, il 2005, mi riferisco alle polveri sottili, ha messo in evidenza alcune criticità sulla qualità dell’aria lucana in due località, Melfi e Lavello, che hanno raggiunto e superato il numero di giornate fissate dal DM 60 in quanto il PM10 ha oltrepassato la soglia dei 50 µg/m3, nella città di Potenza le cose non sono andate meglio anche perché il numero di giorni effettivamente monitorati è stato di molto inferiore a 365.

Nel 2006 è la città di Potenza a presentare valori fuori norma registrati da due centraline, come nell’anno precedente anche nel 2006 i giorni non monitorati sono stati tanti, il 37% dei giorni la centralina di Melfi, per esempio, non ha erogato dati, quella di Potenza è stata muta per 100 giorni.

Nel 2007 l’aria “cambia”, cambiano anche i vertici dell’ARPAB e la qualità dell’aria in Basilicata comincia decisamente a migliorare. Nessuna località ha superato le 35 giornate con valori oltre i 50 µg/m3 anche se le giornate senza i dati continuano ad ancora tante.

Le cose vanno ancora meglio nel 2008 con la conferma che l’aria in Basilicata è tornata nei parametri fissati dalla legge anche se in alcune località (Ferrandina, Lavello, Matera, Viggiano è Pisticci) le giornate monitorate risultano pochissime, in qualche caso solo il 20% dei giorni sono stati tenuti sotto osservazione, o per essere più precisi, questi sono i dati che sono stati resi noti.

Nel 2009 le cose migliorano ulteriormente ed anche i dati del 2010 sono abbastanza tranquillizzanti per quanto concerne la concentrazione di polveri sottili nell’atmosfera dei nostri centri.

Considerato che gran parte delle centraline dell’ARPAB registrano l’inquinamento prodotto dal traffico veicolare e, volendo analizzare i dati del capoluogo di regione, razionalmente non si riesce a capire come possa essersi registrato un miglioramento così deciso della qualità dell’aria in presenza di significativi aumenti dei volumi di traffico.

Per quanto concerne gli altri inquinanti monitorati in ossequio al DM 60/2002 non ci sono particolari criticità da registrare ma c’è da dire che in Basilicata, la concentrazione di ozono nei mesi estivi è particolarmente accentuata, dal 2005 alcune località (Matera e S. Nicola di Melfi su tutte) superano il numero di giorni con valori off limits consentiti. Nulla di particolarmente grave, quasi sempre è la prima soglia di allarme ad essere superata ma le popolazioni non vengono avvertite del pericolo. Come per il PM10, ma il discorso vale per tutti gli inquinanti, quando c’è un superamento del valore minimo consentito le norme prevedono che la popolazione deve essere avvertita per dare la possibilità ai soggetti con patologie respiratorie a bambini ed anziani di tutelarsi opportunamente. Ebbene non si ha notizia che un Comune in cui si sia superato il limite di legge di un qualsiasi inquinante abbia diffuso un allerta per avvertire del pericolo gli abitanti. Una palese violazione di una legge dello stato che avviene sistematicamente senza che nessuno prenda gli opportuni provvedimenti.

Un altro elemento molto pericoloso per la salute umana è la diossina, veleno che si sprigiona nei pressi degli inceneritori e degli impianti siderurgici. In Basilicata abbiamo uno dei più grandi impianti di termodistruzione, Fenice, nel nord della Basilicata, una grande fabbrica che a Potenza ricicla rifiuti ferrosi trasformandoli in tondini per l’edilizia, la ferriera del gruppo Pittini, che a causa dell’urbanizzazione del capoluogo di regione s’è venuta a trovare in zona densamente abita. A Matera c’è una grande cementeria che ha bruciato fino alla fine del 2008, fra l’altro, anche pneumatici. Ebbene nessuna struttura pubblica si premura di controllare quanta diossina si sprigiona da questi impianti. Me lo ha confermato in una corrispondenza via mail l’ex Assessore all’Ambiente della Regione Basilicata. La cosa è di una gravità inaudita.

Come grave è quanto avvenuto lo scorso anno nella zona industriale di Viggiano dove in soli due mesi la centralina di Agrobios ha registrato valori di NO2 superiori al consentito per ben 25 giorni mentre la legge prevede che si possono avere solo 18 giorni irregolari in un anno. Confrontando i dati dell’ARPAB per lo stesso inquinante non si riscontra alcun valore anomalo. Questa discrepanza mi ha spinto a chiedere lumi all’Assessorato all’Ambiente della Regione che dopo avere eretto il solito muro di gomma e solo dopo l’intervento del Difensore Civico comunicava che la Regione non era competente in materia rimandando la responsabilità all’Amministrazione Provinciale. Non mi è rimasto che chiedere spiegazioni alla Provincia di Potenza come stavano le cose. Stesso muro di gomma, in Basilicata le Istituzioni sono restie a dialogare con i cittadini. Dopo 7 mesi di attesa però sono riuscito ad avere una dettagliata risposta da parte del funzionario dell’Ufficio Ambiente della Provincia. Non senza sorpresa prendo atto che la Provincia ribalta tutte le competenze in materia di monitoraggio in Valdagri sulla Regione e sull’ARPAB. Uno squallido ping pong, terminato il 20 agosto con una poco convincente risposta pubblica affidata al portavoce del Presidente De Filippo sulle colonne de Il Quotidiano della Basilicata. In pratica i dati rilevati da AGROBIOS non vengono smentiti ma “sminuiti” in quanto rilevati “troppo vicino” alla fonte inquinante, ma non può essere che i dati tranquillizzanti dell’ARPAB sono tranquillizzanti perché rilevati troppo lontano dalla fonte inquinante? Un altro tassello del “tutt’apposto” per decreto.

Un capitolo a parte lo merita il monitoraggio dell’idrogeno solforato, riveniente anch’esso dal processo di desolforazione del petrolio. Dopo molte proteste da parte di associazioni ed abitanti del posto l’ARPAB ha avviato delle campagne di monitoraggio in Valdagri, detto monitoraggio è stato effettuato in sei sessioni dal maggio 2008 al novembre 2009, da allora non risultano altre campagne di monitoraggio per il pericoloso inquinante. Metapontum AGrobios ha attivato il rilevamento dell’idrogeno solforato dal luglio 2009, ma sul sito internet i dati del 2009 non si trovano e, in tutti i casi non viene effettuato un rilevamento continuo ma solo per alcuni giorni, come se il Centro Oli non funzionasse 24 ore su 24 ore per 365 giorni all’anno……

Sempre in materia di monitoraggio e violazioni di leggi dello Stato è interessante esaminare la situazione dell’inquinamento elettromagnetico in Basilicata, dove si pone troppo l’accento sulle radiazioni rivenienti dalla selva di ripetitori telefonici e ci si distrae per la presenza diffusa sul territorio di fonti che diffondono radiazioni propagate dalle antenne di emittenti radiofoniche e televisive oltre che da elettrodotti di elevata tensioni.

Per quanto concerne l'inquinamento indotto dalla SRB (stazioni radio base) una legge nazionale impone limiti, fra l'altro molto superiori a quelli suggeriti dall'OMS, che in molti casi in Basilicata sono disattesi come è stata disattesa la Legge Regionale n° 30 del 2000 che prevede l'obbligo da parte di ogni comune di adottare un Piano per la localizzazione delle SRB e l'istituzione del catasto degli impianti a livello regionale.

L'adozione del Codice delle Comunicazioni, la legge 259, nel 2003 ha reso di fatto inefficaci la maggior parte delle disposizioni contenute nella Legge Regionale e, come hanno fatto altre Regioni, anche la Basilicata si deve dotare di una nuova Legge Regionale che tenga conto delle innovazioni apportate dalla legge dello Stato.

In Basilicata esistono migliaia di ripetitori telefonici e radiotelevisivi, alcuni dei quali sono stati sottoposti a campagne di monitoraggio da parte dell'ARPAB ed in alcune località sono stati certificati valori più alti dei 6 Votlt\metro stabiliti dalla normativa, ultimamente in alcune località i limiti sono tornati nella norma, permangono invece situazioni di illegalità certificata a Potenza, Matera, Palazzo S. Gervasio, Pisticci, Grassano e Baragiano. C’è da considerare però i monitoraggi sono fermi a qualche anno fa.

Non vengono monitorati gli elettrodotti che attraversano i centri abitati, un caso clamoroso esiste a Potenza ove la sottostazione dell’ENEL in cui convergono alcuni elettrodotti per la trasformazione della tensione, si è venuta a trovare nel mezzo di una zona diventata densamente popolata per il gran numero di edifici adibiti ad attività commerciali, edifici costruiti proprio sotto i cavi dell’alta tensione. In assenza di regole si continuano a concedere licenze edilizie per costruire fabbricati proprio sotto i cavi dell’alta tensione e nelle immediate vicinanze.

Quando sono i cittadini a non rispettare le Leggi la Giustizia è implacabile, quando sono le Istituzioni a violare le Leggi che garantirebbero i cittadini, la Giustizia molto spesso, da queste parti, è un po’ distratta.


8 febbraio 2009

Buon compleanno OLA

Ho cominciato a frequentare gli ambientalisti lucani in occasione della rivolta di Scanzano, mi sono appassionato ed ho iniziato ad approfondire alcune tematiche, mi sono subito reso conto che c’era molta superficialità nell’informazione tradizionale e quando ho cominciato a familiarizzare con il web mi sì sono spalancate le porte della conoscenza e della comunicazione.
Ho conosciuto tante persone seriamente impegnate per difendere la natura e la salute di noi lucani, ho apprezzato l’impegno di tanti lucani che meritano stima e riconoscenza.
Per me, come per la gran parte delle persone i difensori dell’ambiente erano il WWF e Legambiente, riponevo grande fiducia in queste due organizzazioni ma, approfondendo le conoscenze sono rimasto profondamente deluso in quanto ho potuto constare che queste due associazioni col tempo si sono trasformate in vere e proprie “aziende” che per mantenere le varie strutture sul territorio sono scese a compromesso con le istituzioni accettando finanziamenti per realizzare progetti o portare avanti particolari azioni. Non discuto la valenza scientifica di WWF e Legambiente ma non approvo alcune scelte strategiche come quella di farsi sponsorizzare, da una nota compagnia telefonica per finanziare un progetto per poi non occuparsi più di elettrosmog.
In questo contesto, frequentando alcuni miei “simili” che per caso o per gioco l’8 febbraio 2006 nasceva la OLA,
Organizzazione Lucana Ambientalista, nasceva il sito web, il blog una newsletter ed arrivavano le prime adesioni.
La OLA, al contrario di quanto comunemente si pensa, non è un’associazione ambientalista, non fa tesseramento o affiliazioni nel senso tradizionale del termine, la missione dell’organizzazione è specificata nel “
manifesto” che si può consultare sul sito web, ma è fondamentale specificare che essa è una entità apolitica ed apartitica. In questi tre anni di intensa attività ci si è preoccupati di aggregare associazioni e movimenti presenti sul territorio per affrontare e tentare di risolvere le criticità ambientali che purtroppo aggrediscono la nostra amata Basilicata. A dire il vero siamo stati sollecitati anche per emergenze presenti in altre zone d’Italia. Ad oggi si contano 282 adesioni ad iniziative coordinate da OLA.
Col tempo il sito web è diventato estremamente professionale grazie all’impegno e alla professionale del nostro coordinatore, anche gli accessi sono cresciuti in maniera esponenziale.
L’attivismo di OLA è impressionante, oltre
130 comunicati stampa, gli editoriali, numerose denunce e segnalazioni alle Istituzioni; la gestione di numerose “sezioni” tematiche tutte ricche di notizie: acqua, amianto, aria, centrali, clima, elettrosmog, energia, eolico, monitoraggi, nucleare, parchi, patrimonio, petizioni, petrolio, territorio, regioni, rifiuti, video, sono un archivio prezioso frutto di immane lavoro.
Altro merito da ascrivere ad OLA è l’aver recuperato l’archivio di una grande associazione ambientalista,
SOS LUCANIA, oggi quell’inestimabile patrimonio è dentro il sito web di OLA. Un'altra grande risorsa a disposizione sul sito web di OLA è l’Osservatorio Ambientale OlaWatch, un approfondimento delle tematiche già trattate ma con un compito speciale, quello di vigilare sulle più stringenti problematiche e dinamiche ambientali lucane.
Da qualche tempo, adeguandosi alle mode e alle tendenze del web, OLA ha costituito un “gruppo” sul più frequentato socialnetwork della rete, digitando
Organizzazione Lucana Ambientalista su facebook si viene indirizzati alle pagine del nostro gruppo.
Qualcuno si chiederà chissà chi c’è dietro questo imponente lavoro, una struttura organizzata, una sede, una rete capillare di contatti…… neanche per sogno, dietro la OLA c’è l’impegno dei miei amici che sottraggono tanto tempo alle proprie famiglie, non ci sono sedi “fisiche” ognuno opera da casa propria, non ci sono finanziamenti ne pubblici ne privati, sulle tante pagine del sito web avremmo potuto ospitare qualche banner pubblicitario, non lo abbiamo fatto, non riceviamo contributi, regalie da enti pubblici, siamo completamente indipendenti e non saremo mai ricattabili.
Ciò che ci unisce è uno smisurato amore per la nostra terra e la ferrea volontà di preservare l’ambiente e la natura che il buon Dio ci ha donato.
In occasione del terzo compleanno di OLA devo pubblicamente ringraziare gli amici Antonio, Pietro ed Vito per lo straordinario impegno profuso per rendere un vero e proprio servizio di pubblica utilità alla comunità lucana e non.


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permalink | inviato da astronik il 8/2/2009 alle 12:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (37) | Versione per la stampa
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